Tarocca ma originale, la storia assurda della Maglia da trasferta dell'Argentina nel 1986.

Tarocca ma originale, la storia assurda della Maglia da trasferta dell'Argentina nel 1986.

C’è una storia bellissima che va oltre la Mano de Dios, lo scalpo inglese e la vittoria finale dell’Argentina nel 1986. Riguarda il caldo atroce messicano e un diktat feroce del ct Bilardo: “mai più con quelle magliette”.

Noi di BDL, curiosi per natura, non potevamo farci sfuggire tutto ciò.

‘Quelle magliette’ stigmatizzate dal tecnico altro non erano che la seconda divisa della nazionale argentina: una maglia blu, di cotone duro, attillata e dal collo a V ancora più stretto. Una sciagura modaiola nella torrida estate messicana. “Vestiti in questo modo di Mondiali non se ne vincono”, pensò il tecnico.

Serviva una soluzione, un colpo di genio, un’invenzione: ecco come nasce la storia della seconda maglia argentina del 1986, la prima replica fatta in casa.

Una maglia tarocca, per intenderci.

Riavvolgiamo il nastro: siamo a fine anni ‘70 quando l’AFA stringe un rapporto di collaborazione con il marchio francese “Le Coq Sportif”. Merito di Carlos Lacoste, ammiraglio della Marina e stretto collaboratore di Emilio Massera, uno dei tre animali militari al potere.

Lacoste, ambassador in Sudamerica del brand sportivo, decide che la Selecciòn avrebbe indossato maglie firmate “Le Coq Sportif”.

Non una divisa qualunque, anzi; forse la prima studiata per favorire la traspirazione, grazie ad un tessuto in microfibra.

Idea super, che avrebbe facilitato le avventure dei calciatori in maglia biancoceleste.

L’esordio della casacca traspirante avvenne nel mondiale iberico del 1982. Non esattamente fortunato, a causa dell’uscita nel secondo girone eliminatorio per mano dell’Italia futura campione. Ma il contratto con il brand francese proseguì a gonfie vele. A Messico ’86 il sodalizio sembrava essere ancora più forte. Quando la federazione argentina svelò alla Fifa le maglie che avrebbe utilizzato durante la competizione presentò alle autorità Fifa la classica tenuta biancoceleste e la seconda divisa blu. Esattamente, quella in cotone duro, stretta come un domopak, che di traspirante non aveva nulla.

Motivo? Semplicemente le grandi innovazioni di “Le Coq Sportif” si erano fermate alla maglia ufficiale.

“Mai più con quella maglia”

Toccherà alla sorte, avranno pensato i vertici dell’AFA, far sì che non ci sia necessità di estrarre dai borsoni quella felpettina blu a maniche corte.

Ipotesi alquanto tragica e sconveniente nel caldo tropicale messicano. Dopo un girone relativamente tranquillo a livello cromatico agli uomini di Bilardo toccò una squadra che dell’azzurro ne aveva fatto una questione nazionale: l’Uruguay. I magazzinieri iniziarono a sudare freddo. A scoprire le carte fu il sorteggio dell’organizzazione: gli uruguagi con la prima divisa, gli argentini con la seconda.

La partita finì 1 a 0 per Maradona e soci, che uscirono dal campo con il peso forma abbassato di un paio di chili, per via di quelle casacche pesantissime. Fu in quel momento che Bilardo tuonò: “Mai più con quella maglia”.

Quarti di finale: l’Inghilterra in bianco…e l’Argentina?

Ma ai quarti si doveva affrontare l’Inghilterra, storicamente in bianco, tenuta poco distinguibile dal biancoceleste. Toccò ancora al sorteggio decidere le sorti dell’outfit. Vinsero gli inglesi, ancora, come in quella dannata guerra delle Falkland di qualche anno prima.

Ma Bilardo era stato categorico, “mai più” voleva dire “mai più”, senza mezze misure. Fu questione di istanti e scoccò il lampo di genio. Il tecnico prese di forza il magazziniere Ruben Moschella e lo catechizzò: “trovami delle altre magliette”.

Il magazziniere, che nel calcio equivale all’ultima ruota del carro, annuì. A due giorni dal match prenotò un taxi e si buttò nel caos di Città del Messico alla ricerca di una maglia simile all’odiata divisa blu dell’Argentina.

Dopo aver sondato bazar, negozi, baracche e baracchini di strada la prima sera tornò a casa a mani vuote. La mattina seguente, distrutto, ricevette due prototipi da “Le Coq Sportif”. Ma il “nasone” Bilardo non ne volle sapere. “Lui voleva maglie con i buchi per poter far passare dell’aria”, dirà poi Moschella. Riprese la ricerca finché non si imbatté in un negozietto che aveva esposto due modelli tarocchi della maglia blu argentina. Corse al quartier generale e li presentò al tecnico. Apparivano più leggeri, sintetici, con un collo a V esagerato ma pur sempre simile all’originale. Bilardo li prese e li passò al Pibe de Oro: “Cosa ne pensi Diego?”. “Esta es linda. Avallo decisivo, ecco la casacca giusta. Il magazziniere tornò dal suo salvatore e ne comprò 38, una per tempo per tutti i 19 calciatori.

La nuova maglia argentina era la prima replica fatta in casa della storia. Ed era una replica fino in fondo, un fac-simile: non aveva numeri, né stemma dell’AFA. Il logo “Le Coq Sportif” sì, non si sa quanto realistico. La luce si palesò sotto la figura di un grafico, dipendente dell’América, squadra di Città del Messico. Tal personaggio riuscì a replicare lo stemma dell’Asociaciòn Futbòl Argentina spingendo le sarte del club a cucirlo sulle 38 magliette. Tralasciò i rami d’alloro sul contorno. Questione di tempistiche risicate. Le stesse sarte stirarono poi i numeri sul retro delle maglie; sembravano più grossi della media. Certo, erano destinati a maglie di football americano.

Le operose donne messicane finirono la loro opera poche ore prima della partita. La Fifa aveva registrato due divise diverse nel suo database, ma l’Argentina semplicemente se ne infischiò: decise di scendere in campo con la prima replica fatta in casa della storia. E vinse. 

In quel modo che tutti sanno, con quei gol che tutti ricordano.

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